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Gli artisti meditano la tecnica come un laboratorio anche involontario di mezzi e metodi che dovranno condurli nel cuore del loro lavoro, nella visibilità, il più somigliante possibile, all'idea di partenza.
Il fotomosaico non è altro che una tecnica, un nuovo mezzo possibile per "registrare" il mondo da descrivere. Ma è una modalità che nasce dalla fotografia e che non dà tregua a residui possibili di un attaccamento, anche romantico, a strumenti espressivi tradizionali quali la pittura o la scultura. In un certo senso il fotomosaico, benché bidimensionale, potrebbe essere definito, in perfetta sintonia con le tendenze più recenti, come una installazione.
Tale prodotto corrisponde ad un'immagine fotografica distinguibile, in cui si articolano in modo geometricamente razionale una possibilità infinita di tessere di uguale grandezza. Non è un'immagine "difficile" quella che si osserva nell'opera compiuta, ma è un'immagine complicata e, almeno al colpo d'occhio, infinitesimale.
Maria Murgia è un'artista che, per tutto l'arco della sua lunga carriera, ha gestito il mezzo pittorico come campo di ricerca oltre che di espressione. Fin dagli anni Settanta, il gioco dei contenuti etnici, antropologici e culturali della "sardità" isolana, a cui appartiene, ha potenziato con estrema leggerezza un desiderio, serpeggiante, di porre contenuti forti in ipotesi di segno vibranti e coloristicamente di una vivacità astratta. Ma l'esigenza di occupare i risvolti di una pittoricità sempre più sperimentata con temi impegnativi, in alcune opere anche "politici", lascia spazio negli anni Ottanta ad una dissoluzione del segno, con l'accentuazione simbolica del mondo femminile e della figura della donna al centro dell'interesse emotivo dell'artista.
L'approdo al fotomosaico come mezzo espressivo è piuttosto recente e vede l'artista impegnata nel recupero di una vocazione critica particolarmente spiccata e, in fine, spregiudicata di una estetica dell'attualità.
Occorre, però, chiarire che cosa s'intenda per attualità. Il mondo cercato e rappresentato da Maria Murgia è, nuovamente, l'universo femminile che attraversa la sua spiritualità di artista e di artista donna da sempre.
Ma, al contrario della precedente produzione pittorica, che vede la conquista sempre progressiva di uno stile inconfondibile, la traccia anche strutturale e non solo di superficie dell'inden tità professionale, al contrario, oggi, modifica il punto di vista percettivo dell'artista stessa nel compiere e nel portare a termine il processo creativo. In altre parole, se nella produzione pittorica era possibile entrare nelle volute intimistiche e, a volte, gratuitamente sfuggenti la collocazione, la gravità, l'asse fisico delle figure femminili, ora nei fotomosaici compare e si afferma, "derealizzata" l'icona, realisticamente fotografica, della donna vista e rivista nei rotocalchi, nelle TV, in rete e continuamente protagonista di una percezione estetica non artistica, ma generale: dai cartelloni pubblicitari al sogno neutro di diete dimagranti.
La donna che appare ora attraverso la volontaria disorganicità, l'infinità polisemanticità del le tessere fotografiche, è una donna esteriore, di contro a quella interiore e poetica della produzione pittorica.
Ciò che emerge chiaramente è il salto "logico"della percezione, da un mondo intimo all'artista ad un mondo a lei esteriore, un mondo che è di tutti, di ciascuno di noi che osserva le modelle e le guarda anche, spesso, non "avvertendole" più nel prisma divergente di un mondo di immagini sempre più reali, sempre più inutili in una società che vive di se stessa, sul piano epidermico di una falsa comunicazione e che si esaurisce nel suo stesso autoconsumo incessante.
Alle icone delle top model e di alcune delle attrici più quotate dello star system recente, si contrappongono icone più "antiche", storicizzate dal gusto di massa e dall'apprezzamento mediatico che, dagli anni Ciquanta delle Marilyn e delle Audrey Hepburn alle apparizioni, più o meno ridimensionate nell'impatto emotivo, di una Lady Diana, riportano sullo stesso piano significativo le une e le altre, raccontando in fondo la stessa storia: la donna oggetto, la donna mercificata nella sua immagine più intima e vendibile.
Contemporaneamente, le icone politiche e sentimentali del Che, infinitamente frammentato nelle tessere che riportano la Cuba di oggi e la realtà dell'America democratica.
Maria Murgia, dunque, un'artista che nel pieno della sua carriera si rimette in discussione tecnicamente inaugurando, senza timore critico, una nuova cifra stilistica.

Maria Laura Spinogatti

 
  (presentazione catalogo mostra Fotomosaici "Omaggio a Lady Diana" 2008)  
   
     
 
Scorrendo una selezione di opere di Maria Murgia che evidenziano, attraverso il tempo, la sua ricerca ed il suo itinerario artistico, pur nella diversità degli argomenti affrontati, dei cromatismi privilegiati, della struttura estetica raggiunta, emerge come costante di riferimento, il tema della figura al “femminile”.
Credo sia opportuno, su questa connotazione, eliminare subito l’interpretazione univoca e la contrapposizione dialettica con il “maschile”, troppo consumata da un malinteso femminismo.
Si tratta, invece, di focalizzare la riflessione sul tema della alterità, sulla tendenza della donna a divenire come individualità, come identità, come persona.
I termini che vengono in mente per proporre concetti di riferimento, appartengono al pensiero junghiano, se pur rimeditato: Persona, Maschera, Ombra.
Persona come identità integrata tra il mondo esterno e quello interno; Maschera come costrizione (riconosciuta) di comportamenti legati a ruoli definiti Ombra come luogo dell’immaginario, teatro dove le creazioni dell’inconscio e della fantasia muovono una “foltitudine” di personaggi e situazioni.
Proprio dall’interferenza dei tre ambiti nascono gli archetipi della figurazione che l’artista costantemente propone in una sua inconfondibile mitopoiesi.
Percettivamente, l’attenzione di chi guarda è deviata verso un’immagine di donna, anche se proiezione e prospettiva, geometricamente, tenderebbero a privilegiare, nello spazio della tela, ulteriori situazioni rappresentate.
Eppure questa immagine ieratica come un’icona bizantina, è sempre ferma nella sua fissità.
Replica il suo stereotipo formale in altre narrazioni, anche se muta l’abito pittorico-cromatico ed il decoro estetico. E’ frontale, senza spessore materico, ma densa di significati; ridotta a segni essenziali che racchiudono come un’inquadratura rilevante e netta, occhi e bocca.
Occhi consapevoli di solitudine esistenziale antica, di ambiguità conoscitiva, di enigmaticità, di fatalismo.
Pongono un diaframma tra il dentro e il fuori, si estraniano per guardare vivere le proiezioni del volere, del desiderare, del pensare, dell’agire anche la propria negatività.
Occhi come metafora dell’io. La comunicazione con l’esterno si presenta come rifiuto: la bocca è sigillata. La figura femminile è come un’isola di difficile approdo. (Maria Murgia è di un’isola, è sarda).
Il luogo dello scambio è allora ricercato tramite le creazioni della fantasia, l’immaginario è la forma di salvezza privilgiata: Per questo i personaggi, le trame, le narrazioni dipinte hanno una così stretta dipendenza dialettica dalla figura femminile.
A loro sono affidati sentimenti, emozioni, sogni, pulsioni, bisogni: le storie.
L’alterità, la donna, se ne sta sprofondata nella sua anima. E’ una pittura volutamente bidimensionale, in particolare nei volti: ogni quadro ha la fissità di una scena estrapolata da un contesto; deve restare come una documentazione inequivocabile, senza dimensione spazio-temporale.
La scelta estetica è coerente a quella culturale: riporta alla nascita dei miti e degli archetipi, ai simboli arcaici che sono alla base della memoria collettiva.
Tanto più sono complessi i significati, quanto più il segno è essenziale. Anche la tecnica di stesura e l’uso del colore sono ambivalenti: sono campiture ordinate divise in spazi monocromatici quasi, ma la tessitura è lungamente stratificata, meditata, sapiente. “Materia” densa e trasparente, insieme.

Giovanna Riu

 
  (presentazione monografia 2004)  
   
     
 

Staticità e movimento sono, senza antitesi, il filo conduttore delle opere di Maria Murgia. L'artista sarda, che da tempo vive e opera alla Spezia, con quest'ultima personale alla galleria “Punto Arte“ regala al pubblico un compendio, necessariamente limitato e tuttavia esauriente, della sua trentennale produzione artistica. Dipinti, innanzitutto, da quelli più antichi e sobri, ai più moderni e colorati, ma sempre con la predominanza della figura femminile, protagonista indiscussa della sua ricerca stilistica.Ma anche sculture, alcune ancora abbozzate in terracotta naturale, altre “finite”, in bronzo o in porcellana, tutte figurative, nel senso più pieno del termine. Si avverte, nell'opera della Murgia, una delicatezza quasi pudica nei confronti della figura femminile: fin dagli esordi, la donna è il suo soggetto preferito, una donna spesso sola, ma di una solitudine altera com'è tipico delle donne sarde, modello che si intuisce sempre presente al suo occhio di artista. La Sardegna ispira Maria Murgia anche nelle poche e defilate figure maschili, che hanno spesso le sembianze delle maschere sarde (le mamutones di origine africana), e fanno da contorno a volti e corpi femminili prorompenti nella loro staticità. Ciò che colpisce maggiormente in queste figure è il loro porsi spesso in diagonale, sia nei dipinti che in alcune sculture, come a voler vedere il mondo da un'altra ottica, pur nella fissità di uno sguardo limpido, tenace, che non viene meno ai propri obiettivi. E' nei quadri, soprattutto, che la protagonista viene collocata al centro dell' immagine, mentre le figure collaterali (quasi sempre uomini o maschere antropomorfe) sono disposte in modo simmetrico e bilanciato. Le sculture africane e le maschere sarde giocano un ruolo determinante nell' opera della Murgia: l'asciutta semplificazione dei volumi e la perentorietà delle espressioni ( si veda, a esempio, “ L'attesa” o “ La convivente “, significative espressioni pittoriche dell'eterno femminino) sono una lezione di sintesi e di essenzialità. Anche quando il colore esplode, come nelle opere più recenti, dove l'esperienza mediterranea dell' artista (soprattutto, il suo lungo, recente soggiorno in Spagna) diviene protagonista di una ricerca cromatica predominante. E' come se la luce del Mediterraneo, i colori della Spagna, così simili a quelli sardi, fossero finalmente emersi dal vissuto personale e artistico di Maria Murgia, per riversarsi nei suoi dipinti. Il paragone con Niki de Saint Phalle, con le sue enormi, coloratissime sculture, può sembrare azzardato, ma non se si fa riferimento a una ricerca cromatica, dove predominano i colori solari (non è stata forse l'influenza californiana fondamentale nell' opera dell' artista francese?) e, nel caso della Murgia, un blu che ha la limpidezza dei mari e dei cieli del Mediterraneo. Un blu che circonda spesso le figure femminili e invita a entrare negli spazi silenziosi del loro mondo, dove rimangono immerse in una dimensione metafisica, che non dà nè vuole spiegazione. Forse cercano rifugio nel sogno, le donne di Maria Murgia, in un mondo dove le passioni siano ovattate o comunque filtrate, dove l'aggressività del reale non possa più turbare. E', come dicevamo, uno sguardo rispettoso alla condizine femminile contemporanea e, insieme, all' eterno femminino e alla sua percezione, al mistero che esso porta con sè. Un mistero che rimane nell' opera dell'artista sarda, anche se sicuramente ella vorrà e saprà ancora svelarci nuove prospettive e antichi valori.

Gabriella Mignani

 
  (presentazione catalogo 2007)  
   
     
 
La sua attività artistica si esplica in un percorso di studio, una trentennale e personale ricerca del bello visivo e cromatico che oggi La pone in un piedistallo di prima grandezza fra le espressioni più significative della pittura italiana.
Nasce in una terra dove la spiritualità è dentro ogni persona, dove l’Io forte suggerisce e suggella espressioni che altro non sono che ars poetica. Dopo il diploma conseguito presso l’Istituto d’arte di Sassari partecipa attivamente ad esperienze artistiche a carattere regionale.
Si impone con la forza della sua pittura, con la sicurezza e la consapevo-lezza di chi sa di avere una forza esplosiva nella tematicità e nel cromatismo delle sue composizioni.
Figure, figure, figure, questo è il tema dominante di Guttusiana memoria, rappresentare in un realismo crudo, come cruda è la vita dei pastori della Sua terra, degli uomini di campagna, delle donne di paese.
Il Continente si perfeziona, affina il Suo linguaggio espressivo, le figure meno drammatiche i colori meno accesi. E’ il contatto di un’altra terra, di una cultura diversa a suggerirle la lenta ma inesorabile (in senso positivo) trasformazione.
Il Suo linguaggio si addolcisce, i suoi personaggi più ingentiliti da una umanizzione profonda. Le figure femminili acquistano una delicata e ieratica compostezza, del vecchio rimane solo il tema: figure, figure, figure. Soprattutto femminili, donne angelicate, quasi si volesse riscoprire un tono
dolcestilnovistico in un’epoca dove questi valori sono ormai perduti.
Il tutto con un cromatismo, attento, oserei dire quasi geniale dove forse un ricordo della sua terra e dei suoi colori appare ancora anche se in linea con le profonde e radicali mutazioni che la Nostra ha compiuto in una trentennale esperienza.
Oggi gode i fasti dei vertici, di coloro che sanno di avere un potenziale forse del tutto inespresso, ma pur sempre un potenziale di ricchezza interiore, di capacità creativa, di visione fantastica in un mondo ormai trafitto da una corruzione a tutti i livelli.
Maria Murgia vive distaccata da tutto questo, il suo mondo sono le sue tele: le sue tele il trasporto creativo della sua immensa capacità espressiva.
Schiva come pochi, caratteristica questa delle persone della sua terra, lontana dalla mondanità che conta, da critici notabili di un mondo incolore, ha saputo raggiungere quei vertici morali e strutturali che si era imposta fin dal momento che calcò le aule dell’Istituto d’Arte.
Duri sono stati gli anni sulle tele, sacrifici enormi per arrivare alla consacrazione, senza mai usufruire di quei canali preferenziali che altri collegati hanno usufruito per poi cadere nel buio: era nel tempo prevalsa la pochezza artistica. Non così per M.M. i suoi sacrifici la hanno ampiamente ripagata, le sue tele sono ammirate, i successi conseguiti non si contano.
Mai più profetico fu l’incontro con il grande Aligi Sassu: Il Maestro ebbe dire Lei: sarai la pittrice del duemila e così è stato. Oggi affermata, come artista e come donna è spesso imitata ma mai raggiunta: il suo solco indelebile tracciato nel mondo dell’arte rimarrà per l’eternità.

Antonio Carannante
(dal quotidiano La Nazione, 2000)

 
   
     
 
Maria Murgia dipinge da oltre trent’anni; cominciò con timidezza e con pudore e andò avanti senza mai retrocedere. Ora è dedita completamente alla pit tura, che è diventata la sua religione.
Lavora con ardore crescente, come se fosse sempre al suo primo quadro,
come se dovesse da un momento all’altro scoprire il punto della mera- viglia e quindi il senso della vita.
Dipinge volti che sono sogni sospesi, creature anelanti a una vita che esiste forse soltanto nel cuore dei poeti e che trovano riparo nei colori di Maria Murgia, nelle sue tessiture variamente cromatiche e ricche di toni e di suggestioni limpide e liriche.
Che cosa c’è in quegli occhi che campeggiano?
Che cosa c’è dietro quegli sguardi protesi verso l’infinito?
Non sono l’ossessione di Virgilio Guidi, non sono le brutte-belle donne di Borra ma sono la sintesi della vita interiore, un fluire di certezze-incertezze che nascono da aspirazioni al canto. Ed è un canto orchestrato con sentimento, una canto nel quale si ritrovano (confusi e rasserenati insieme) le tristezze e le gioie, le angosce e i gaudii, le altezze calde di una Sardegna che con serva intera la dignità e la solennità che tanto mi ha fatto amare una scrit trice come Grazia Deledda.
L’isola meravigliosa non tradisce la sua vocazione e ci regala questa artista che conquista senza senza riserve. Il perchè di tale disponibilità della sua arte è da cercare nella personalità di Maria Murgia che non cede assolu tamente ai soprusi degli inquinamenti.
E’ difficile portare avanti un discorso che sia tutto imperniato sulla realtà della donna, questa donna bistrat tata nei secoli ed ora finalmente ripor- tata ruolo di compagna dolce, ma anche essenziale e sommamente importante.
Che cosa ci dà la pittura di Maria Murgia, oltre al godimento estetico e oltre all’incontro che ridesta ricordi, accende musiche nel cuore e pone delizia nell’anima?
Una lezione di illuminata poesia, uno splendore di irrisolte chimere, una grazia di illimitata tenerezza.
E altro e altro d’inviti e di sensi profondi, perchè la pittrice non si limita ad eseguire le sue tele con la semplice facoltà del cuore e dell’intelletto, ma vi aggiunge la sostanza che rende imperituro l’incontro e che si può chiamare soltanto con le sillabe che muovono la magia e non hanno una forma. Sono davvero felice di questo incontro con la pittura di Maria Murgia e con le sue donne.
Hanno un umore che non muta con il mutare delle stagioni e che anzi, con il passare del tempo, si tramuta in segno indelebile, in smania di ricerca, in una intatta sollecitudine.
Non è possibile insomma visitare una mostra di Maria Murgia e andare via senza restare legati alla infinità degli occhi che, senza sollecitare maliose atmosfere, riescono tuttavia a profondere significati limpidi e genuini, riescono a fare compagnia nel cammino della vita.
Occhi che cantano, volti sulla soglia di sospiri e di traguardi; qualche fiore,
dei mazzetti delicati e spirituali e una anima che non sarà mai domata dal buoi, che non accetterà mai il compromesso con le scorie umane.
Non c’è un solo quadro di Maria Murgia che rivendichi l’abbandono al frivolo e ponga sotto accusa la società e i suoi malesseri, eppure non è possibile restare fuori dal circuito delle polivalenze.
Ogni volto ha una storia lunga e particolare, un dolore che conturba, una felicità che corre via in fretta e si sfalda in nitida presenza. E tutte le storie ne fanno alla fine una soltanto: quella di Maria Murgia, di questa donna che senza riserve ruba all’anima i tesori nascosti e ce li dona con generosità senza limite.

Firenze, 1982
Dante Maffia

 
   
 
 
 
Maria Murgia è un’artista che ha saputo custodire nel suo cuore una poesia piena e solenne e che arriva alla verità nella contemplazione estetica di secolari sentimenti isolati e nudi.
In essa vive tutta l’antica nobiltà della Sardegna. Le sue donne belle e severe, tutte coperte di scuro, sembrano quasi essere una reazione alla concezione ordinaria della donna e dalla reazione scaturisce, serena e limpida, la coscienza di essere vere donne e vere madri.
A contemplarle, la nostra mente vede tutta la Sardegna, quella vera, quella dura e piena di poesia, quella degli uomini forti e delle donne solitarie e fiere in cui la solitudine sembra essere amara e rude e sembra che tormenti il pensiero, ma che è fierezza e aspettativa di tempi più belli e non un assordante e disordinato rumore del cuore.
La Murgia è pittrice figurativa senza frodi e senza pietà verso se stessa. Lei non ama ingannare o ingannarsi. Forse da ciò dipende la sua forte personalità sì che quando si osservano i suoi quadri non si possono simenticare più nè si può errare sulla maternità di essi.
Murgia, nella pittura è soltanto Murgia.
Non occorre più una firma: i suoi quadri si fanno riconoscere da sè. E’ questa credo, sia la qualità più grande e più bella per chi esprime il proprio pensiero attraverso l’arte.
In Murgia il colore è musicale. I colori vibrano come i suoni e bussano non solo al nostro cuore, ma soprattutto al nostro intelletto.
E nasce la luce, la sua luce, quella che scaturisce dai volti immobili e severi e che ci pervade illuminandoci intensamente, che ci fa sentire un canto pieno di splendore e di malinconia e che mormora al cuore
l’irrimediabile trascorrere della bellezza.
Per questo, la luce in Murgia scaturisce dalle anime dei suoi personaggi per invadere altre anime. Per questo la bellezza formale, anche quando la donna è strabica, resta bellezza ideale e purissima.
La composizione delle opere non desta problemi: è eminentemente psicologica. Le uniche linee sono quelle del disegno delle immagini. Sono poche ed essenziali.
Il silenzio esteriore è tremendo e l’urlo esce dalle anime del loro umanissimo orgoglio formando uno splendido contrasto che è verità vera, perchè la donna che dentro bolle di sofferenza orgogliosa, esternamente emana silenzio che è duro come filo di spada.
Questa, per me, è Maria Murgia: una pittrice sensibile e vera, una profonda conoscitrice di anime, che sa esprimere se stessa con poesia e musicalità e che sa donare al cuore di chi l’ammira quel senso di gioia intima e purissima che è dono prezioso dell’immenso cuore di Dio.

Sesto Fiorentino 1976
Nicola Rilli

 
   
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