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| NOTE CRITICHE |
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Hanno scritto di lei : Antonio Carannante - Luciano Festuccia - Dante Maffia - Tommaso Paloscia - Pierre Restany - Giorgio Segato - Pier Carlo Santini - Nicola Rilli - Nicolò Panepinto - Giovanna Riu - Carlo Occhipinti - |
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Maria Murgia: La Metamorfosi della Forma
Dall'anima del colore alla rivoluzione del Fotomosaico Digitale
1. Le Origini e la ricerca sul Colore
Il percorso artistico di Maria Murgia è una straordinaria parabola di rigore, sensibilità e continua rinascita espressiva.
Nata a Ossi (Sardegna) in una terra intrisa di nobile fierezza e memorie antiche, intraprende la propria formazione figurativa mossa da un’esigenza interiore autentica. Fondamentale è l’incontro iniziale con Aligi Sassu, che la incoraggia e la definisce felicemente "la pittrice del colore", così come il successivo perfezionamento a Venezia sotto la guida di Virgilio Guidi.
Nella sua prima e lunga fase pittorica, la Murgia costruisce un’identità figurativa inconfondibile. Come evidenziato dai critici che ne hanno seguito gli esordi — da Nicola Rilli ad Antonio Carannante fino a Dante Maffia —, la sua pittura non cede mai a compromessi o artifici.
È un'arte essenziale, mossa da una carica emotiva, psicologica e intimista.
I suoi volti femminili, gli sguardi e le campiture vibranti rivelano una stratificazione sapiente del colore, capace di dare corpo al silenzio e forma all'anima.
Una maestria figurativa consolidata negli anni tra le sue storiche esposizioni e la gestione dello Studio d'arte Maria Murgia a Porto Cervo in Costa Smeralda.
2. Il Passaggio all'Arte Digitale e al Fotomosaico
Nonostante una carriera solida e riconosciuta, Maria Murgia compie nei primi anni Duemila una scelta rara per un artista maturo: mettersi completamente in discussione per esplorare la frontiera delle nuove tecnologie. La svolta matura nel 2005, anno in cui diventa una pioniera a livello internazionale nell'uso del Fotomosaico Digitale inteso come opera d'arte fisica e pittorica.
Questo passaggio non rappresenta una frattura con il passato, bensì un’evoluzione naturale della sua indagine sul colore e sulla scomposizione dell'immagine. Se sulla tela tradizionale il colore era materia stratificata, nel pixel e nella tessera fotografica Murgia individua il nuovo atomo espressivo con cui ri-costruire la realtà.
3. La Tecnica: L'Ibridazione tra Digitale e Manualità
Come notato da Maria Laura Spinogatti in occasione della presentazione delle sue prime mostre sui fotomosaici, Maria Murgia dimostra un'assenza di timore critico e una straordinaria freschezza nell'inaugurare questo nuovo registro stilistico.
L'unicità dei suoi fotomosaici risiede nel processo di ibridazione artistica:
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La Micro-Struttura (Il Contenuto): L’immagine complessiva viene composta attraverso centinaia o migliaia di micro-immagini (fotografie di dettagli, elementi iconografici, frame storici o concettuali). Ogni tessera è un frammento di memoria o un messaggio.
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La Macro-Struttura (Il Soggetto): Osservata a distanza, la somma dei dettagli si ricompone nel ritratto figurativo principale — dai grandi miti del cinema e della musica (Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, i Beatles) alle icone storiche e contemporanee.
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L'Intervento Manuale (L’Opera Fisica): Il supporto digitale viene trasferito fisicamente su pannelli materici (come Kapafix o Gatorfoam) e arricchito con interventi pittorici eseguiti a mano, intagli e sovrapposizioni.
L'opera digitale perde così ogni freddezza seriale per trasformarsi in un pezzo unico e tattile.
4. Valore Critico e Significato Contemporaneo
Attraverso la sua personale rilettura della Pop Art, Maria Murgia non si limita alla celebre celebrazione dell'icona. La struttura stessa del fotomosaico racchiude una riflessione profonda sulla società contemporanea: la frammentazione dell'informazione, la sovrabbondanza visiva e la necessità di ricomporre l'unità partendo dal dettaglio.
In questa fase della sua produzione, Maria Murgia dimostra come l'arte digitale, se guidata da una solida cultura pittorica classica, non dissechi la poesia dell'opera, ma la moltiplichi. Il risultato è un dialogo affascinante in cui la tecnologia diventa pennello, la fotografia si fa tessera musiva e la mano dell'artista torna a dare il tocco finale, confermando ancora una volta che "in Murgia, l'arte è soltanto Murgia".
M.A.F. presentazione catalogo per la mostra ad Arte Fiera Genova, (2026) |
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"Il percorso artistico di questa importante artista italiana ha visto molte fasi, in tutte la matrice comune è la figura femminile, che viene indagata secondo i canoni più attuali, spesso costretta a comportamenti repressi e ruoli definiti secondo gli stereotipi sociali. La donna diventa un'immagine ieratica, piatta, ferma nella sua fissità, incapace di muoversi costretta da tutte le gabbie che nei secoli l'hanno imprigionata ad un ruolo imposto, non scelto. La figura femminile è come un'isola di difficile approdo, lontana in un suo mondo ancora inesplorato. A partire dagli anni 2000 il mezzo predominante nell'arte di Maria Murgia è il Fotomosaico, inteso come nuova modalità per registrare il mondo da descrivere. Si rifà ad un'estetica Pop nell'uso delle immagini iconiche, ricollegabili al mondo della moda e delle spettacolo, come le famossissime composizioni dedicate ad Audry Hepburn e Marilyn Monroe. Ciò che è emerge è il salto logico della percezione, da un mondo intimo ad un mondo più esteriore.La Pop-Art, a cui si ispira deliberatamente in queste sue ultime serie, è la corrente che ha posto tutta la sua attenzione verso la contemporanea società dei consumi. Tutte le espressioni delle Pop-Art presuppongono un doppio legame con il mondo del consumismo e dei mass-media, creando opere d'arte in serie abbassando provocatoriamente, così, anche le opere d'arte a mero prodotto di consumo. L'opera di Maria Murgia si ispira ad un'estetica Pop per l'uso di icone delle cultura di massa e sulla possibilità di riprodurre serialmente le sue opere, sviluppando tecniche innovative e sfruttando la tecnica digitale.
In realtà il contenuto è molto più profondo nella scelta delle immagini, che vede la prevalenza di soggetti femminili: la donna oggetto, la sua immagine è mercificata così come un prodotto di consumo, usata e svuotata di sostanza.Il risultato è molto originale, esteticamente rilevante e coerente dal punti di vista concettuale. I suoi ritratti sono formati da un mosaico di immagini digitali: tanti istanti diversi che formano un'unica personalità.Troviamo anche soggetti che si spostano dalla figura femminile, ma che rimangono fedeli al concetto di immagine di massa, mercificata."
Galleria Pisacane Arte, Milano (2019)
Gli artisti meditano la tecnica come un laboratorio anche involontario di mezzi e metodi che dovranno condurli nel cuore del loro lavoro, nella visibilità, il più somigliante possibile, all'idea di partenza.
Il fotomosaico non è altro che una tecnica, un nuovo mezzo possibile per "registrare" il mondo da descrivere. Ma è una modalità che nasce dalla fotografia e che non dà tregua a residui possibili di un attaccamento, anche romantico, a strumenti espressivi tradizionali quali la pittura o la scultura. In un certo senso il fotomosaico, benché bidimensionale, potrebbe essere definito, in perfetta sintonia con le tendenze più recenti, come una installazione.
Tale prodotto corrisponde ad un'immagine fotografica distinguibile, in cui si articolano in modo geometricamente razionale una possibilità infinita di tessere di uguale grandezza. Non è un'immagine "difficile" quella che si osserva nell'opera compiuta, ma è un'immagine complicata e, almeno al colpo d'occhio, infinitesimale.
Maria Murgia è un'artista che, per tutto l'arco della sua lunga carriera, ha gestito il mezzo pittorico come campo di ricerca oltre che di espressione. Fin dagli anni Settanta, il gioco dei contenuti etnici, antropologici e culturali della "sardità" isolana, a cui appartiene, ha potenziato con estrema leggerezza un desiderio, serpeggiante, di porre contenuti forti in ipotesi di segno vibranti e coloristicamente di una vivacità astratta. Ma l'esigenza di occupare i risvolti di una pittoricità sempre più sperimentata con temi impegnativi, in alcune opere anche "politici", lascia spazio negli anni Ottanta ad una dissoluzione del segno, con l'accentuazione simbolica del mondo femminile e della figura della donna al centro dell'interesse emotivo dell'artista.
L'approdo al fotomosaico come mezzo espressivo è piuttosto recente e vede l'artista impegnata nel recupero di una vocazione critica particolarmente spiccata e, in fine, spregiudicata di una estetica dell'attualità.
Occorre, però, chiarire che cosa s'intenda per attualità. Il mondo cercato e rappresentato da Maria Murgia è, nuovamente, l'universo femminile che attraversa la sua spiritualità di artista e di artista donna da sempre.
Ma, al contrario della precedente produzione pittorica, che vede la conquista sempre progressiva di uno stile inconfondibile, la traccia anche strutturale e non solo di superficie dell'inden tità professionale, al contrario, oggi, modifica il punto di vista percettivo dell'artista stessa nel compiere e nel portare a termine il processo creativo. In altre parole, se nella produzione pittorica era possibile entrare nelle volute intimistiche e, a volte, gratuitamente sfuggenti la collocazione, la gravità, l'asse fisico delle figure femminili, ora nei fotomosaici compare e si afferma, "derealizzata" l'icona, realisticamente fotografica, della donna vista e rivista nei rotocalchi, nelle TV, in rete e continuamente protagonista di una percezione estetica non artistica, ma generale: dai cartelloni pubblicitari al sogno neutro di diete dimagranti.
La donna che appare ora attraverso la volontaria disorganicità, l'infinità polisemanticità del le tessere fotografiche, è una donna esteriore, di contro a quella interiore e poetica della produzione pittorica.
Ciò che emerge chiaramente è il salto "logico"della percezione, da un mondo intimo all'artista ad un mondo a lei esteriore, un mondo che è di tutti, di ciascuno di noi che osserva le modelle e le guarda anche, spesso, non "avvertendole" più nel prisma divergente di un mondo di immagini sempre più reali, sempre più inutili in una società che vive di se stessa, sul piano epidermico di una falsa comunicazione e che si esaurisce nel suo stesso autoconsumo incessante.
Alle icone delle top model e di alcune delle attrici più quotate dello star system recente, si contrappongono icone più "antiche", storicizzate dal gusto di massa e dall'apprezzamento mediatico che, dagli anni Ciquanta delle Marilyn e delle Audrey Hepburn alle apparizioni, più o meno ridimensionate nell'impatto emotivo, di una Lady Diana, riportano sullo stesso piano significativo le une e le altre, raccontando in fondo la stessa storia: la donna oggetto, la donna mercificata nella sua immagine più intima e vendibile.
Contemporaneamente, le icone politiche e sentimentali del Che, infinitamente frammentato nelle tessere che riportano la Cuba di oggi e la realtà dell'America democratica.
Maria Murgia, dunque, un'artista che nel pieno della sua carriera si rimette in discussione tecnicamente inaugurando, senza timore critico, una nuova cifra stilistica.
Maria Laura Spinogatti |
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(presentazione catalogo mostra Fotomosaici "Omaggio a Lady Diana" 2008) |
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Scorrendo una selezione di
opere di Maria Murgia che evidenziano, attraverso il tempo, la sua
ricerca ed il suo itinerario artistico,
pur nella diversità degli argomenti affrontati, dei cromatismi
privilegiati, della struttura estetica raggiunta, emerge come
costante di riferimento, il tema della figura al “femminile”.
Credo sia opportuno, su questa connotazione, eliminare
subito l’interpretazione univoca e la contrapposizione dialettica con il “maschile”,
troppo consumata da un malinteso
femminismo.
Si tratta, invece, di focalizzare la riflessione sul tema della
alterità, sulla tendenza della donna a divenire come
individualità, come identità, come persona.
I termini che vengono in mente per proporre concetti di
riferimento, appartengono al pensiero junghiano, se pur
rimeditato: Persona, Maschera, Ombra.
Persona come identità integrata tra il mondo esterno e
quello interno; Maschera come costrizione (riconosciuta)
di comportamenti legati a ruoli definiti Ombra come luogo
dell’immaginario, teatro dove le creazioni dell’inconscio
e della fantasia muovono una “foltitudine” di personaggi
e situazioni.
Proprio dall’interferenza dei tre ambiti nascono gli archetipi
della figurazione che l’artista costantemente propone in
una sua inconfondibile mitopoiesi.
Percettivamente, l’attenzione di chi guarda è deviata verso
un’immagine di donna, anche se proiezione e prospettiva,
geometricamente, tenderebbero a privilegiare, nello spazio
della tela, ulteriori situazioni rappresentate.
Eppure questa immagine ieratica come un’icona bizantina, è sempre
ferma nella sua fissità.
Replica il suo stereotipo formale in altre narrazioni,
anche se muta l’abito pittorico-cromatico ed il decoro estetico.
E’ frontale, senza spessore materico, ma densa di significati;
ridotta a segni essenziali che racchiudono come un’inquadratura
rilevante e netta, occhi e bocca.
Occhi consapevoli di solitudine esistenziale antica, di ambiguità
conoscitiva, di enigmaticità, di fatalismo.
Pongono un diaframma tra il dentro e il fuori, si estraniano per guardare
vivere le proiezioni del volere, del desiderare, del pensare, dell’agire
anche la propria negatività.
Occhi come metafora dell’io. La comunicazione con l’esterno
si presenta come rifiuto: la bocca è sigillata.
La figura femminile è come un’isola di difficile approdo. (Maria
Murgia è di un’isola, è sarda).
Il luogo dello scambio è allora ricercato tramite le creazioni della
fantasia, l’immaginario è la forma di salvezza privilgiata: Per
questo i
personaggi, le trame, le narrazioni dipinte hanno una così stretta
dipendenza dialettica dalla figura femminile.
A loro sono affidati sentimenti, emozioni, sogni, pulsioni,
bisogni: le storie.
L’alterità, la donna, se ne sta sprofondata nella sua anima.
E’ una pittura volutamente bidimensionale, in particolare nei
volti: ogni quadro ha la fissità di una scena estrapolata da un contesto;
deve restare come una documentazione inequivocabile,
senza dimensione spazio-temporale.
La scelta estetica è coerente a quella culturale: riporta alla
nascita dei miti e degli archetipi, ai simboli arcaici che sono alla
base della memoria collettiva.
Tanto più sono complessi i significati, quanto più il segno
è essenziale.
Anche la tecnica di stesura e l’uso del colore sono ambivalenti:
sono campiture ordinate divise in spazi monocromatici quasi, ma la
tessitura è lungamente stratificata, meditata, sapiente. “Materia” densa
e trasparente, insieme.
Giovanna Riu
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(presentazione monografia 2004) |
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Staticità e movimento sono, senza antitesi,
il filo conduttore delle opere di Maria Murgia. L'artista sarda,
che da tempo vive e opera alla Spezia, con quest'ultima personale
alla galleria “Punto Arte“ regala al pubblico un compendio, necessariamente
limitato e tuttavia esauriente, della sua trentennale produzione
artistica. Dipinti, innanzitutto, da quelli più antichi e
sobri, ai più moderni e colorati, ma sempre con la predominanza
della figura femminile, protagonista indiscussa della sua ricerca
stilistica.Ma anche sculture, alcune ancora abbozzate in terracotta
naturale, altre “finite”, in bronzo o in porcellana, tutte figurative,
nel senso più pieno del termine. Si avverte, nell'opera della
Murgia, una delicatezza quasi pudica nei confronti della figura femminile:
fin dagli esordi, la donna è il suo soggetto preferito, una
donna spesso sola, ma di una solitudine altera com'è tipico
delle donne sarde, modello che si intuisce sempre presente al suo
occhio di artista. La Sardegna ispira Maria Murgia anche nelle poche
e defilate figure maschili, che hanno spesso le sembianze delle maschere
sarde (le mamutones di origine africana), e fanno da contorno a volti
e corpi femminili prorompenti nella loro staticità. Ciò che
colpisce maggiormente in queste figure è il loro porsi spesso
in diagonale, sia nei dipinti che in alcune sculture, come a voler
vedere il mondo da un'altra ottica, pur nella fissità di uno
sguardo limpido, tenace, che non viene meno ai propri obiettivi.
E' nei quadri, soprattutto, che la protagonista viene collocata al
centro dell' immagine, mentre le figure collaterali (quasi sempre
uomini o maschere antropomorfe) sono disposte in modo simmetrico
e bilanciato. Le sculture africane e le maschere sarde giocano un
ruolo determinante nell' opera della Murgia: l'asciutta semplificazione
dei volumi e la perentorietà delle espressioni ( si veda,
a esempio, “ L'attesa” o “ La convivente “, significative espressioni
pittoriche dell'eterno femminino) sono una lezione di sintesi e di
essenzialità. Anche quando il colore esplode, come nelle opere
più recenti, dove l'esperienza mediterranea dell' artista
(soprattutto, il suo lungo, recente soggiorno in Spagna) diviene
protagonista di una ricerca cromatica predominante. E' come se la
luce del Mediterraneo, i colori della Spagna, così simili
a quelli sardi, fossero finalmente emersi dal vissuto personale e
artistico di Maria Murgia, per riversarsi nei suoi dipinti. Il paragone
con Niki de Saint Phalle, con le sue enormi, coloratissime sculture,
può sembrare azzardato, ma non se si fa riferimento a una
ricerca cromatica, dove predominano i colori solari (non è stata
forse l'influenza californiana fondamentale nell' opera dell' artista
francese?) e, nel caso della Murgia, un blu che ha la limpidezza
dei mari e dei cieli del Mediterraneo. Un blu che circonda spesso
le figure femminili e invita a entrare negli spazi silenziosi del
loro mondo, dove rimangono immerse in una dimensione metafisica,
che non dà nè vuole spiegazione. Forse cercano rifugio
nel sogno, le donne di Maria Murgia, in un mondo dove le passioni
siano ovattate o comunque filtrate, dove l'aggressività del
reale non possa più turbare. E', come dicevamo, uno sguardo
rispettoso alla condizine femminile contemporanea e, insieme, all'
eterno femminino e alla sua percezione, al mistero che esso porta
con sè. Un mistero che rimane nell' opera dell'artista sarda,
anche se sicuramente ella vorrà e saprà ancora svelarci
nuove prospettive e antichi valori.
Gabriella Mignani
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(presentazione catalogo 2007) |
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La sua attività artistica
si esplica in un
percorso di studio, una trentennale e
personale ricerca del bello visivo e cromatico che oggi La pone in un
piedistallo di prima grandezza fra le espressioni
più significative della pittura italiana.
Nasce in una terra dove la spiritualità
è dentro ogni persona, dove l’Io forte
suggerisce e suggella espressioni che
altro non sono che ars poetica. Dopo il diploma conseguito presso
l’Istituto d’arte di Sassari partecipa
attivamente ad esperienze artistiche
a carattere regionale.
Si impone con la forza della sua pittura, con la sicurezza e la consapevo-lezza
di chi sa di avere una forza esplosiva
nella tematicità e nel cromatismo delle
sue composizioni.
Figure, figure, figure, questo è il tema
dominante di Guttusiana memoria,
rappresentare in un realismo crudo,
come cruda è la vita dei pastori della
Sua terra, degli uomini di campagna,
delle donne di paese.
Il Continente si perfeziona, affina il
Suo linguaggio espressivo, le figure
meno drammatiche i colori meno accesi.
E’ il contatto di un’altra terra, di una cultura diversa
a suggerirle la lenta ma inesorabile (in senso positivo) trasformazione.
Il Suo linguaggio si addolcisce, i suoi
personaggi più ingentiliti da una umanizzione profonda.
Le figure femminili acquistano una delicata e ieratica compostezza, del
vecchio
rimane solo il tema: figure, figure, figure.
Soprattutto femminili, donne angelicate,
quasi si volesse riscoprire un tono
dolcestilnovistico in un’epoca dove
questi valori sono ormai perduti.
Il tutto con un cromatismo, attento,
oserei dire quasi geniale dove forse
un ricordo della sua terra e dei suoi
colori appare ancora anche se in linea
con le profonde e radicali mutazioni
che la Nostra ha compiuto in una trentennale esperienza.
Oggi gode i fasti dei vertici, di coloro che
sanno di avere un potenziale forse del
tutto inespresso, ma pur sempre un
potenziale di ricchezza interiore, di
capacità creativa, di visione fantastica in
un mondo ormai trafitto da una corruzione a tutti i livelli.
Maria Murgia vive distaccata da tutto
questo, il suo mondo sono le sue tele:
le sue tele il trasporto creativo della sua
immensa capacità espressiva.
Schiva come pochi, caratteristica questa
delle persone della sua terra, lontana
dalla mondanità che conta, da critici
notabili di un mondo incolore, ha saputo raggiungere quei vertici morali
e strutturali che si era imposta fin dal momento
che calcò le aule dell’Istituto d’Arte.
Duri sono stati gli anni sulle tele, sacrifici
enormi per arrivare alla consacrazione,
senza mai usufruire di quei canali
preferenziali che altri collegati hanno
usufruito per poi cadere nel buio: era
nel tempo prevalsa la pochezza artistica. Non così per M.M. i
suoi sacrifici la hanno ampiamente ripagata, le sue
tele sono ammirate, i successi conseguiti non si contano.
Mai più profetico fu l’incontro con il
grande Aligi Sassu: Il Maestro ebbe dire
Lei: sarai la pittrice del duemila e così
è stato. Oggi affermata, come artista e come donna è spesso
imitata ma mai raggiunta: il suo solco indelebile tracciato nel mondo
dell’arte rimarrà per l’eternità.
Antonio Carannante
(dal quotidiano La Nazione, 2000)
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Maria Murgia dipinge da oltre
trent’anni;
cominciò con timidezza e con pudore
e andò avanti senza mai retrocedere.
Ora è dedita completamente alla pit
tura, che è diventata la sua religione.
Lavora con ardore crescente, come se
fosse sempre al suo primo quadro,
come se dovesse da un momento
all’altro scoprire il punto della mera-
viglia e quindi il senso della vita.
Dipinge volti che sono sogni sospesi,
creature anelanti a una vita che esiste
forse soltanto nel cuore dei poeti e che
trovano riparo nei colori di Maria Murgia,
nelle sue tessiture variamente cromatiche
e ricche di toni e di suggestioni limpide
e liriche.
Che cosa c’è in quegli occhi che campeggiano?
Che cosa c’è dietro quegli sguardi
protesi verso l’infinito?
Non sono l’ossessione di Virgilio Guidi,
non sono le brutte-belle donne di Borra
ma sono la sintesi della vita interiore,
un fluire di certezze-incertezze che
nascono da aspirazioni al canto.
Ed è un canto orchestrato con sentimento,
una canto nel quale si ritrovano (confusi
e rasserenati insieme) le tristezze
e le gioie, le angosce e i gaudii, le
altezze calde di una Sardegna che con
serva intera la dignità e la solennità che tanto mi ha
fatto amare una scrit trice come Grazia Deledda.
L’isola meravigliosa non tradisce la sua
vocazione e ci regala questa artista
che conquista senza senza riserve.
Il perchè di tale disponibilità della sua
arte è da cercare nella personalità di Maria Murgia che
non cede assolu tamente ai soprusi degli inquinamenti.
E’ difficile portare avanti un discorso
che sia tutto imperniato sulla realtà della donna, questa donna
bistrat tata nei secoli ed ora finalmente ripor-
tata ruolo di compagna dolce, ma anche
essenziale e sommamente importante.
Che cosa ci dà la pittura di Maria Murgia,
oltre al godimento estetico e oltre all’incontro che ridesta ricordi,
accende musiche nel cuore e pone delizia nell’anima?
Una lezione di illuminata poesia, uno
splendore di irrisolte chimere, una
grazia di illimitata tenerezza.
E altro e altro d’inviti e di sensi profondi, perchè la
pittrice non si limita ad eseguire le sue tele con la semplice facoltà
del cuore e dell’intelletto, ma vi aggiunge
la sostanza che rende imperituro l’incontro e che si può chiamare
soltanto
con le sillabe che muovono la magia e
non hanno una forma.
Sono davvero felice di questo incontro con
la pittura di Maria Murgia e con le
sue donne.
Hanno un umore che non muta con il
mutare delle stagioni e che anzi, con il
passare del tempo, si tramuta in segno
indelebile, in smania di ricerca, in una
intatta sollecitudine.
Non è possibile insomma visitare una mostra
di Maria Murgia e andare via senza
restare legati alla infinità degli occhi
che, senza sollecitare maliose atmosfere,
riescono tuttavia a profondere significati limpidi e genuini, riescono
a fare
compagnia nel cammino della vita.
Occhi che cantano, volti sulla soglia
di sospiri e di traguardi; qualche fiore,
dei mazzetti delicati e spirituali e una
anima che non sarà mai domata dal
buoi, che non accetterà mai il compromesso con le scorie umane.
Non c’è un solo quadro di Maria Murgia
che rivendichi l’abbandono al frivolo
e ponga sotto accusa la società e i
suoi malesseri, eppure non è possibile restare fuori dal circuito
delle polivalenze.
Ogni volto ha una storia lunga e particolare, un dolore che conturba,
una
felicità che corre via in fretta e si sfalda
in nitida presenza.
E tutte le storie ne fanno alla fine una
soltanto: quella di Maria Murgia, di
questa donna che senza riserve ruba
all’anima i tesori nascosti e ce li dona con
generosità senza limite.
Firenze, 1982
Dante Maffia
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Maria Murgia è un’artista
che ha saputo
custodire nel suo cuore una poesia
piena e solenne e che arriva alla verità nella contemplazione
estetica di secolari sentimenti isolati e nudi.
In essa vive tutta l’antica nobiltà della Sardegna.
Le sue donne belle e severe, tutte coperte
di scuro, sembrano quasi essere una
reazione alla concezione ordinaria
della donna e dalla reazione scaturisce,
serena e limpida, la coscienza di essere
vere donne e vere madri.
A contemplarle, la nostra mente vede tutta
la Sardegna, quella vera, quella dura e piena
di poesia, quella degli uomini forti e delle
donne solitarie e fiere in cui la solitudine
sembra essere amara e rude e sembra che
tormenti il pensiero, ma che è fierezza
e aspettativa di tempi più belli e non un
assordante e disordinato rumore del cuore.
La Murgia è pittrice figurativa senza frodi
e senza pietà verso se stessa. Lei non ama
ingannare o ingannarsi.
Forse da ciò dipende la sua forte personalità
sì che quando si osservano i suoi quadri
non si possono simenticare più nè si può
errare sulla maternità di essi.
Murgia, nella pittura è soltanto Murgia.
Non occorre più una firma: i suoi quadri si fanno riconoscere
da sè. E’ questa credo,
sia la qualità più grande e più bella per chi
esprime il proprio pensiero attraverso l’arte.
In Murgia il colore è musicale. I colori
vibrano come i suoni e bussano non solo al nostro cuore, ma soprattutto
al nostro
intelletto.
E nasce la luce, la sua luce, quella che scaturisce dai volti immobili
e severi
e che ci pervade illuminandoci intensamente,
che ci fa sentire un canto pieno di splendore
e di malinconia e che mormora al cuore
l’irrimediabile trascorrere della bellezza.
Per questo, la luce in Murgia scaturisce
dalle anime dei suoi personaggi per
invadere altre anime.
Per questo la bellezza formale, anche
quando la donna è strabica, resta bellezza
ideale e purissima.
La composizione delle opere non desta
problemi: è eminentemente psicologica.
Le uniche linee sono quelle del disegno delle
immagini. Sono poche ed essenziali.
Il silenzio esteriore è tremendo e l’urlo
esce dalle anime del loro umanissimo
orgoglio formando uno splendido contrasto
che è verità vera, perchè la donna che
dentro bolle di sofferenza orgogliosa,
esternamente emana silenzio che è duro
come filo di spada.
Questa, per me, è Maria Murgia: una pittrice
sensibile e vera, una profonda conoscitrice di anime, che sa esprimere
se stessa
con poesia e musicalità e che sa donare
al cuore di chi l’ammira quel senso
di gioia intima e purissima che è dono
prezioso dell’immenso cuore di Dio.
Sesto Fiorentino 1976
Nicola Rilli
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